LA MANIFATTURA È IL MOTORE DEL FRIULI - Intervento del presidente di Confindustria Udine pubblicato sul Messaggero Veneto del 1 settembre 2026

Un recente rapporto dell’Osservatorio regionale sul mercato del lavoro ricostruisce trent’anni di occupazione in FVG. Il messaggio è netto: la terziarizzazione non sostituisce la manifattura. La riorganizza e ne rafforza la centralità. Vediamo come.

Oggi il Friuli Venezia Giulia lavora di più di trent’anni fa. Ha tenuto meglio di quanto i cicli economici lascerebbero immaginare. Sono cresciute le donne e i lavoratori più anziani. I giovani si sono ridotti di numero e, ancor più, di peso occupazionale. Tutto vero. Ma chi legge questi dati come «addio all’industria, benvenuti servizi» sbaglia bersaglio.

In una regione caratterizzata da una forte vocazione manifatturiera, da una marcata propensione all’export e dalla prevalenza di piccole e medie imprese, una parte significativa della crescita del terziario è strettamente connessa all’evoluzione e alla riorganizzazione del sistema industriale. Le imprese ricorrono sempre più a competenze e servizi esterni — dalla progettazione all’ICT, dalla logistica alla consulenza, fino alle attività amministrative e operative — che integrano e sostengono i processi produttivi. Non si tratta di una semplice sostituzione dell’industria con i servizi, ma di una crescente integrazione tra manifattura e terziario, all’interno di filiere più articolate e specializzate.

Tra il 2019 e il 2025 l’Osservatorio incrocia tre misure: il peso sugli occupati, la quota di assunzioni e un indicatore di consolidamento, cioè quante assunzioni nascono o diventano a tempo indeterminato. La manifattura pesa molto, fa il 22,8% delle assunzioni e ha il consolidamento più alto: 32,6%. I servizi ad alta conoscenza (progettazione, R&S, ICT, consulenza) pesano poco sulle assunzioni (4,1%), ma consolidano quasi quanto la fabbrica: 30,2%. Sono il braccio innovativo delle filiere.

All’altro capo, commercio, turismo, ristorazione e servizi alla persona assorbono il 21,6% delle assunzioni e consolidano solo il 18,4%. Il terziario operativo — logistica, trasporti, facility, amministrazione esternalizzata — sta in mezzo: 16,6% delle assunzioni, consolidamento al 22%. Welfare e servizi pubblici, spinti dall’invecchiamento, fanno il 19,5% delle assunzioni e consolidano al 20,4%.

Si può dire che la qualità del lavoro dipende sempre meno dall’etichetta «industria o servizi» e sempre più dalla funzione nella filiera. Un dato è lampante: fabbrica e i servizi specialistici tengono le persone.

Per vent’anni il mercato del lavoro si è aggiustato in modo prevedibile: a muoversi era soprattutto il tempo determinato. Nella Grande Recessione (2008-2014) l’occupazione totale è scesa del 3,5%: il determinato ha fatto -9,8%, l’indeterminato -2,6%. Nella ripresa 2015-2019 il termine è esploso del 40,4%, lo stabile è rimasto quasi fermo (+0,6%). Anche nella pandemia il contratto a termine è rimasto il paraurti (+18,2% nel 2020-2022).

Tra il 2022 e il 2025, il segno si inverte. Occupazione complessiva quasi ferma (+1,9%), contratti a termine giù del 16,9%, tempo indeterminato su del 5,3%. Non bastano la ripresa del Pil e il PNRR a spiegare un cambio così netto. Il rapporto punta giustamente sulla demografia. I 15-34enni sono calati di circa il 36% in trent’anni. L’indice di vecchiaia è passato da 100 a oltre 230. La fecondità è intorno a 1,2 figli per donna. Il lavoro, soprattutto quello qualificato, non è più una risorsa abbondante. Le imprese tengono chi hanno, anticipano le stabilizzazioni, rivalutano i senior.

Si tratta però di un equilibrio precario. A parità di tasso di occupazione (circa il 70%), il solo invecchiamento ridurrebbe gli occupati. Per tenere i livelli di oggi servirebbero il 79% nel 2034 e l’88% nel 2044. Numeri mai visti in FVG, possibili solo allargando la partecipazione: giovani, donne, stranieri.

Tornando al ragionamento principale, l’integrazione tra manifattura e servizi è un vantaggio e anche un canale di contagio. Se l’industria si contrae, non perde posti solo lo stabilimento: perdono progettazione, consulenza, ICT, logistica. E i lavoratori non si spostano da soli verso turismo o welfare. In sintesi: la diversificazione aiuta. Non sostituisce la fabbrica.

L’obiettivo, quindi, non è solo creare posti di lavoro. È tenere insieme innovazione, lavoro di qualità e resilienza, mentre la popolazione invecchia e la tecnologia entra in aziende troppo piccole per adottarla da sole.

La trasformazione più significativa in atto nel nostro sistema industriale è il passaggio a un modello competitivo sempre più basato sulla capacità di integrare tecnologia, innovazione e competenze. Nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, i guadagni maggiori sono spesso andati non a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle e applicarle. È su questo terreno che si deciderà la crescita futura, coniugando sapere e saper fare. E noi abbiamo le carte in regola per giocarcela.

In un territorio caratterizzato da una forte specializzazione manifatturiera e proiezione all’export, ma anche da scarsità di manodopera e crescente pressione competitiva in una fase di post globalizzazione, questa evoluzione assume un valore strategico: la tecnologia può diventare uno strumento per compensare almeno in parte il vincolo demografico e, soprattutto, per aumentare la produttività. La vera sfida sarà quindi trasformare gli investimenti tecnologici in maggiore valore aggiunto, accompagnandoli con formazione, nuove competenze e una diversa organizzazione del lavoro.

Tutto ciò arriverà ancora una volta attraverso le filiere industriali e i servizi ad esse collegate. Non nonostante la manifattura. Grazie a essa. A patto di riconoscerla per quello che è: il motore che, anche quando non si vede, continua a far girare il resto.

Bisogna costruire un contesto in cui l’impresa sia sostenuta e premiata ad ogni livello nel suo ruolo sociale. La sfida che abbiamo davanti richiede uno sforzo corale e una visione di lungo periodo, che mobiliti energie pubbliche e private verso un obiettivo comune di crescita.

Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine